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Artemisia Gentileschi - inBREVE

La persistenza della memoria - Dalì - inBREVE

 


Dalì realizzò La persistenza della memoria nel 1931 in sole due ore e in circostanze assai particolari. L'artista, infatti, afflitto da un'improvvisa emicrania, fu impossibilitato ad accompagnare la moglie Gala al cinema; costretto a casa, Dalì venne ispirato dall'"ipermollezza" del formaggio che stava consumando a tavola, che gli suggerì una riflessione di natura filosofica sullo scorrere del tempo.

 

È Dalì a narrarci la nascita dell'opera nel suo libro “Vita segreta”:

 

«E il giorno in cui decisi di dipingere orologi, li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all'ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala, però, uscì ugualmente mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico dell'ipermollezza posto da quel formaggio. Mi alzai, andai nel mio atelier, com'è mia abitudine, accesi la luce per gettare un ultimo sguardo sul dipinto cui stavo lavorando. Il quadro rappresentava una veduta di Port Lligat; gli scogli giacevano in una luce opaca, trasparente, malinconica e, in primo piano, si vedeva un ulivo dai rami tagliati e privi di foglie. Sapevo che l’atmosfera che mi era riuscito di creare in quel dipinto doveva servire come sfondo a un’idea, ma non sapevo ancora minimamente quale sarebbe stata. Stavo già per spegnere la luce, quando d’un tratto, vidi la soluzione. Vidi due orologi molli uno dei quali pendeva miserevolmente dal ramo dell’ulivo. Nonostante il mal di testa fosse ora tanto intenso da tormentarmi, preparai febbrilmente la tavolozza e mi misi al lavoro. Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei più famosi, era terminato»

                               Significato                                               

Mostrandosi assai sensibile all'influsso di Sigmund Freud, Dalì con “La persistenza della memoria” riflette sulla relatività del tempo. Nell’opera sono raffigurati diversi oggetti, a testimonianza che il tempo non scorre nello stesso modo per gli uomini, gli animali e i vegetali; ad esempio un’ora è tanto per una formica che vive appena pochi mesi ma è nulla per noi esseri umani, inoltre, un’ora è di scarsa importanza per un albero che può vivere per ben due secoli o per uno scoglio, immobile per decenni. Quindi ognuno ha una propria visione della vita e dei ricordi propri che vanno a ritmo diverso, come questi orologi molli e cremosi quanto un buon formaggio da gustare. Purtroppo, oggi tendiamo a scandire in modo rigoroso il tempo misurandolo in secondi, minuti, ore, giorni, settimane… dati che tentano di quantificare una dimensione che sembra oggettiva, fissa, calcolabile in modo preciso e puntuale. Cerchiamo in tutti i modi di organizzare, pianificare qualcosa, tenere sotto controllo il quotidiano, facendo in modo che le nostre preoccupazioni ed ossessioni ci impediscono di vivere serenamente l’oggi. Ma non tutto può essere sempre calcolato e monitorato da strumenti tecnici come orologi e calendari; bisogna anche e soprattutto considerare le emozioni, le sensazioni e l’esperienza umana. In questo modo viene messa in crisi l’oggettività del tempo poiché riconoscere i secondi, i minuti e le ore è ben diverso da vivere e distinguere gli attimi. Salvador Dalì ha voluto quindi rappresentare quella che è una vera e propria preoccupazione, non solo sua ma di tutti noi e cioè il terrore del tempo che fugge.

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